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I mezzi militari simboli della Vittoria nella Seconda guerra mondiale

Anna Sorokina, RBTH 9 maggio 2020In alcun altro scontro militare furono impiegati così tanti corazzati, aerei e cannoni. Gli armamenti dovevano essere aggiornati continuamente nonostante grave carenza di tempo e materiali. Ma quale equipaggiamento militare si distinse sul campo di battaglia ed è oggi considerato simbolo della vittoria sul fascismo?

Il leggendario “Asino”
All’inizio della guerra, il principale aereo da caccia dell’Armata Rossa era il Polikarpov I-16. Con soli sei metri di lunghezza, era uno dei velivoli più piccoli del tempo. Fu adottato a metà degli anni ’30 e durante la vita operativa fu testimone di numerosi conflitti militari: guerra civile in Spagna, Seconda guerra sino-giapponese, battaglie di Khalkhin Gol, Guerra d’inverno sovietico-finlandese… Gli spagnoli lo soprannominarono “Mosca”, i cinesi “Rondine” e i giapponesi “Abu” (“Farfalla”). Ma in Unione Sovietica, il caccia era noto come “Ishachok” (“Asino”). Fu il primo aereo sovietico con carrello di atterraggio retrattile. Durante i voli di prova, il pilota Valery Chkalov ebbe grandi difficoltà a ritrarlo, il modello era piuttosto difficile da guidare e piuttosto critico. Successivamente, il caccia fu migliorato, e nei primi giorni di guerra gli “Ishachok” affrontarono gli aerei della Luftwaffe spesso speronandoli. Il pilota dell’I-16 Ivan Ivanov fu considerato il primo a eseguirlo, 25 minuti dopo l’inizio della guerra il 22 giugno 1941! Pilotando un I-16, il pilota Viktor Talalikhin usò la tattica dello speronamento “taran”, come passò alla storia. La notte del 6-7 agosto 1941, il Tenente 22enne ricevette l’ordine di decollare per intercettare i bombardieri tedeschi. Vicino al villaggio Kuznechiki, a pochi chilometri da Mosca, incontrò il fuoco di una mitragliatrice di un Heinkel He-111 e decise di speronarlo. Talalikhin colpì la coda del bombardiere tedesco e riuscì a paracadutarsi. Per la sua azione eroica gli fu assegnato il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.

Il caccia più semplice da pilotare
Nel giugno 1945, i piloti del Reggimento da caccia Normandie-Niemen atterrarono all’aeroporto Le Bourget in Francia coi loro caccia Jak-3. Erano considerati i più facili da pilotare e i più manovrabili degli aeromobili dell’epoca, e i francesi volevano volare solo su essi. Pilotando i caccia Jak-3, i piloti francesi parteciparono alla liberazione della Lituania (l’offensiva baltica) nel novembre 1944 e ai combattimenti nella Prussia orientale nel 1945. Alla fine della guerra, l’URSS ne donò 40 alla Francia e oggi uno di essi è esposto al Museo dell’aria e dello spazio di Le Bourget.

Un fantasma corazzato
Il carro armato KV-1 (dal nome di Kliment Voroshilov, Commissario della difesa popolare dell’URSS) fu soprannominato “Gespenst” (“fantasma”) dai tedeschi. In effetti, il carro fu una grande sorpresa per loro. Con un peso di 47 tonnellate, il KV era protetto da una corazzatura spessa 75mm, che all’epoca era impenetrabile. I carri armati KV furono usati nel 1941-1942 per fermare i tedeschi sul fronte orientale. Nel giugno 1941, nella battaglia di Raseiniai (nell’odierna Lituania), un carro armato KV trattenne un intero convoglio militare tedesco per due giorni. Di notte, i sabotatori cercarono di farlo saltare in aria, ma tutto ciò che ottennero fu di danneggiarne i cingoli. Il carro armato fu immobilizzato e divenne bersaglio dei tiri. Solo un’arma antiaerea è riuscita a distruggerlo, insieme all’equipaggio.

Il carro armato che cambiò il corso della guerra
Il T-34 è uno dei simboli più noti della guerra e fu il carro armato più prodotto dall’URSS. Solo negli Urali (a Nizhnij Tagil, Cheljabinsk e Sverdlovsk), tra il 1942 e il 1944 furono prodotti 25000 carri armati T-34. Carri armati T-34 furono assemblati anche a Kharkov (Ucraina), Gorkij (Nizhnij Novgorod), Stalingrado (Volgograd) e Omsk. Nel nord della regione di Mosca, c’è un museo di T-34, l’unico museo al mondo dedicato a un solo carro armato. Fu qui, vicino al villaggio di Sholokhovo, a 30 km dal Cremlino, che l’avanzata delle truppe tedesche fu fermata nel dicembre 1941. Nel contrattacco dell’Armata Rossa, un ruolo speciale fu svolto dal nuovo carro armato sovietico T-34, che respinse il nemico di 250 km dalla capitale. Un equipaggio, al comando del Tenente Dmitrij Lavrinenko (un “asso carrista”), distrusse 50 carri armati tedeschi in due mesi durante la difesa di Mosca. La svolta della guerra avvenne dopo la Battaglia di Kursk, la più grande battaglia tra carri armati della storia, in cui furono coinvolti 2 milioni di soldati, 6000 carri armati e 4000 aerei. Due terzi dei carri armati sovietici erano carri armati medi T-34. “Le torrette dei T-34 furono installate anche su altri mezzi, ad esempio le cannoniere fluviali blindate” Proekt-1124″ e “Proekt-1125 “delle flottiglie del Danubio e del Volga che, proprio per questo motivo, furono chiamati “carri armati fluviali””, afferma Grigorij Pavljukov, capo del Dipartimento escursioni del Museo dei mezzi militari e civili dell’UMMC. Questa cannoniera fu direttamente coinvolta nella battaglia di Stalingrado nell’autunno 1942. Durante lo sbarco dei feriti nella banchina Severnij, la nave fu affondata dai tedeschi. Durante la guerra, molte fabbriche, fattorie collettive e persino associazioni creative raccolsero fondi per la fabbricazione di mezzi. Nel 1944, i soldi donati dai parrocchiani della Chiesa ortodossa russa finanziarono la costruzione del convoglio corazzato Dimitrij Donskoj, composto da 40 carri armati (19 carri armati T-34-85 e 21 carri armati OT-34), che partecipò all’assalto sul Dnester, alla liberazione di Vienna e Praga e ai combattimenti per le strade di Berlino. Dopo la guerra, varie versioni del T-34 furono impiegate da oltre 40 Paesi.

Il cannone su scafo cingolato SU-152
Nella Battaglia di Kursk, gli obici pesanti semoventi SU-152 (calibro 152mm), montati sullo scafo KV-1, furono usati per la prima volta contro i nuovi carri armati tedeschi Tiger e Panther. Furono soprannominati “Dosenoeffner” (“Apriscatole”) dal nemico. E nel 1944, quando in sostituzione dell’ormai obsoleto KV-1, l’Armata Rossa acquisì il carro armato più potente dell’Unione Sovietica, l’IS-2 (dal nome di Josif Stalin), con una corazzatura di 120 mm di spessore e un cannone da 122 mm pistola, gli obici semoventi furono montati sul suo scafo. È così nacquero gli ISU-122 (con un cannone da 122 mm) e ISU-152 (cannone da 152 mm).

Katjusha e Andrjusha
“Katjusha camminava sulla riva del fiume, la riva era ripida e alta”, dice una canzone sovietica su una ragazza che si strugge per l’amato che presta servizio nell’esercito. Dal 14 luglio 1941, quando una batteria comandata dal Capitano Ivan Fljorov, posizionata su una sponda ripida, eseguì l’attacco su un concentramento di mezzi e corazzati nemici presso un nodo ferroviario di Orsha (Bielorussia), fu dato il soprannome “Katjusha” al sistema di lanciarazzi multipli BM-13. “L’attacco fu come un uragano” come i giornali tedeschi descrissero il potere distruttivo del Katjusha. Il razzo ebbe un effetto spaventoso. Le onde esplosive di numerosi razzi si intersecarono, distruggendo tutto sul loro cammino. Il Katjusha emetteva anche un ululato molto caratteristico, spingendo i tedeschi a coniare il soprannome di “organo di Stalin”. I Katjusha furono usati per tutta la guerra da Mosca a Berlino e divennero simboli della vittoria. Inizialmente, nell’aviazione venivano usati proiettili a razzo, ma negli anni 1938-41 i progettisti sovietici inventarono un lanciatore multiplo che poteva essere montato su varie piattaforme. Il BM-13 (con proiettili da 132mm) era prevalentemente montato sul camion US6 Studebaker, fornito all’URSS nell’ambito del programma Lend-Lease. Il BM-8-24 (da 82 mm) fu montato su carri armati T-60 (al posto della torretta); su trattori e cannoniere. I lanciarazzi BM-31-12 più potenti che sparavano razzi da 310mm entrarono in servizio nel 1944. I razzi pesavano 90 kg ciascuno (!) e furono soprannominati “Andrjusha” (da un nome maschile). I soldati dell’Armata Rossa avevano anche soprannomi per l’artiglieria a razzo nemica, riferendosi ai mortai Nebelwerfer come “Vanjusha” (soprannome dal nome maschile “Ivan”).

Il carro armato di Hollywood in URSS
Nel film Fury, il protagonista interpretato da Brad Pitt comanda uno Sherman, il carro armato più famoso degli Stati Uniti. Ma non furono solo gli statunitensi a usarli: dal 1942 circa 4000 di questi carri armati furono consegnati all’URSS nell’ambito del programma Lend-Lease. Le fabbriche di armamenti nordamericane nascosero dei regali nei carri armati per gli equipaggi sovietici, lasciando bottiglie di whisky nelle canne delle armi. Ciò fu scoperto quando uno dei regali si ruppe durante la pulizia del cannone. “Il comandante carrista Viktor Akulov fu quasi in lacrime quando vide la bottiglie rotta!”, ricorda Dmitrij Loza nel libro “Comandando carri armati Sherman dell’Armata Rossa”. Successivamente, fu usato un foglio di tela cerata precauzionale quando altri “regali” nordamericani venivano estratti dalle culatte. I carri armati ebbero il battesimo di fuoco nella battaglia di Kursk e furono impiegati su tutti i fronti.

Dalla fattoria collettiva alla prima linea
Il materiale civile adattato alle esigenze dell’esercito fu portato al fronte durante la guerra. I camion GAZ-AA e la versione modificata GAZ-MM (nota come “Polutorka“, “Uno-virgola-cinque”, a causa della capacità di carico di 1,5 tonnellate) divennero un altro simbolo della guerra. Furono costruiti in quantità enormi: circa un milione furono assemblati prima della guerra, per le esigenze dell’economia nazionale. La produzione dei camion continuò rapidamente durante la guerra ma, nel tentativo di risparmiare metallo, furono usati sportelli di tessuto al posto delle portiere, la cabina fu di legno e furono dotati di un solo faro, e persino a volte fu eliminato del tutto. I veicoli a ruote erano sempre richiesti: anche col Lend-Lease, gli autoveicoli furono forniti in numero maggiore rispetto a qualsiasi altro tipo di equipaggiamento (oltre 400000 autoveicoli contro 11000 aerei e 12000 carri armati). I “Uno-virgola-cinque” venivano usati per trasportare truppe e munizioni, nonché per trasportare armi. Durante l’assedio di Leningrado, l’unico collegamento col resto del Paese era la traversata di ghiaccio di 30 km sul lago Ladoga, la “Strada della vita”, come fu nota. Il percorso fu aperto ai veicoli nel novembre 1941, quando le prime decine di “Uno-virgola-cinque” si avventurarono sul ghiaccio ancora sottile. Avanzarono con i fari spenti per evitare di essere colpiti dal fuoco mentre il fronte era vicina. Solo nel primo inverno, circa 360000 tonnellate di merci furono consegnate alla città assediata, mentre mezzo milione di abitanti fu evacuato da Leningrado, soprattutto bambini.

Treno corazzato con la locomotiva ‘Agnellino’
Locomotive a vapore e treni servivano anche sul fronte. Senza le ferrovie, sarebbe stato impossibile evacuare 2500 fabbriche, musei e teatri nei soli tre mesi successivi allo scoppio della guerra. Immaginate cosa servì per spostare un’intera fabbrica con macchine, strumenti e laboratori per una distanza di 2000 chilometri! Una delle locomotive a vapore più utilizzate in quegli anni era l’Ov, affettuosamente nota come “Ovechka” (“Agnellino”). Sembrava minuscola rispetto ai giganti delle serie E e FD. Era principalmente usato per trasportare treni di evacuazione, ospedalieri e persino blindati. Ma fu presto scoperto che la blindatura. su altri tipi di locomotiva, semplicemente si schiacciavano le rotaie. Un treno di questo tipo, il n°746, fu costruito nel 1943 con fondi della metropolitana di Mosca. Gran parte dell’equipaggio, 58 uomini, erano operai della metropolitana. Insieme a un simile treno corazzato, il n°737, fu coinvolto nella prima e più difficile fase della Battaglia di Kursk. Per tre giorni coprirono un settore di 20 km tra Belgorod e Prokhorovka, abbattendo quattro aerei e distruggendo sei carri armati e diverse batterie di mortaio. Alla fine, i treni furono messi fuori servizio nella stazione Sazhnoe, dove fino ad oggi frammenti di proiettili rimangono nei tronchi degli alberi. L’equipaggio fu costretto a evacuare, distruggendo i treni. Questo ritardò di tre giorni l’avanzata delle truppe nemiche permettendo all’Armata Rossa di prepararsi per la decisiva battaglia tra carri armati a Prokhorovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio